Nel libro "La paura e la speranza" Giulio Tremonti fa alcune riflessioni sulla globalizzazione, sull'Europa, sulla crisi economica e non manca qualche critica al mondo bancario e alla finanza creativa, proprio da colui che voleva "vendere il Colosseo".
Mi ha colpito molto, non tanto la sezione dove espone critiche vacue e politicizzate sull'Europa, il dibattito relativo alla globalizzazione. Infatti fa delle osservazioni condivisibili, ma purtroppo per lui anacronistiche.
Affronta la globalizzazione come se fosse un problema nato ieri e che è la causa di tutti i mali di questo pianeta, proprio come i no-global di Seattle e di Genova di qualche anno fa (proprio per questo anacronistico). Tanto che afferma a pag. 7 "va a stare ancora peggio chi stava già peggio. Sta meglio solo chi stava già meglio". Qualcosa del genere lo diceva anche Bertinotti.
Oltre a ciò attribuisce alla sinistra la responsabilità, almeno ideologica, del mercatismo (p. 33 e 64), il quale consiste nella frenetica forzatura del mondo nel liberiscmo economico e che pone al centro dell'esistenza dell'uomo il mercato. Anche uno stolto capirebbe che questa è un'affermazione falsa, come può centrare la sinistra con una forma estrema del liberismo.
Sostiene appunto che mercatismo sia la sintesi del liberismo e del comunismo; quindi il pensiero unico, il mercato unico e la standardizzazione dei prodotti nei vari paesi sono il risultato del comunismo. Non si può nascondere il fatto che sia proprio il comunismo quel pensiero uniformatore e di massa che ha caratterizzato il secolo scorso, ma legare per esempio McDonald all'ideologia del comunismo non è possibile.
Nel terzo capitolo affronta la questione del WTO e dell'ingresso della Cina. Credo che nemmeno un no-global estremista abbia mai legato l'ingresso della Cina (11/12/01) con l'attentato alle Torri Gemelle (11/09/01); non vedo un nesso tra le due cose, la Cina si è mossa verso il WTO per la semplice ragione che i tempi erano maturi, forse gli attentati hanno accelerato i tempi per la costituzione del blocco liberista-mercatista, ma un legame politico- strategico da parte dei comunisti cinesi non tiene.
Non mancano attacchi espliciti alla sinistra, quale ideologia sostenitrice e promotrice del liberismo e mercatismo quindi della stessa globalizzazione. Una sinistra che, dopo il crollo del muro di Berlino, sembra che abbia perso identità e una propria ideologia e che sia colpevole della crisi economica e finanziaria derivanti dal mercatismo. In aggiunta la sinistra è anche vittima, secondo l'autore, dello stesso progresso, in quanto la sinistra è stata promotrice, ma non è stata in grado di controllarlo in quanto il progresso si è rivelato un movimento individualista e non di massa.
Il libro è interessante, non tanto per il contenuto, piuttosto per il principio che una persona deve leggere e informarsi su più fonti, la conoscenza e l'approfondimento su certe tematiche deve derivare da più fonti, soprattutto per conoscere e capire le persone che ci governano.
Trovo pazzesco, però, che un esponente politico di tale rilievo e di quel orientamento, si dimostra avverso alla globalizzazione e che la condanna proprio come i no-global, i quali però, lo stanno facendo ormai da 10 anni.
E' pazzesco che dia la colpa alla sinistra, proprio colui che ha lavorato per la globalizzazione e che da anni si siede al WTO.
Ed è pazzesco che il braccio destro di Berlusconi, che si autodefinisce Tatcher italiano, critichi il liberismo e che attribuisce tutte le colpe del liberismo-mercatismo e della globalizzazione alla sinistra, magari quella di Bertinotti.
Consiglio di leggere il libro, ma a soltanto a coloro che hanno un pò di cultura e di raziocinio, in modo tale che possano fare delle proprie autonome valutazioni.