domenica, marzo 15, 2015

Job Act, quali veri effetti...


Dal primo marzo entra in vigore il tanto discusso Job Act. Per poter dire che si tratta di una riforma, prima lasciatemi dire che si tratta di un’iniziativa legislativa voluta da una parte politica da almeno una decina di anni, ma che, a differenza del passato, è stata fatta dalla “sinistra” o meglio da quel schieramento che era sempre stato contrario a cambiare, se non addirittura eliminare, i diritti dei lavoratori.

Comunque sia, adesso è legge e l’articolo 18 è stato “asfaltato”. Da marzo è possibile licenziare lavoratori a tempo indeterminato anche senza giusta causa senza il reintegro. Dopo varie lotte all’interno del partito di “maggioranza”, almeno è stato introdotto un indennizzo di 15 mensilità dell’ultima retribuzione che spetterebbero al lavoratore, portando allo scioglimento del contratto. 
L’indennizzo può essere visto come una forma di garanzia per il lavoratore nel caso di licenziamento senza giusta causa, e, confrontato con altri paesi europei, tale indennizzo risulta essere anche sopra la media.

Perché non voglio parlare di riforma? Semplice; perché le riforme sono quelle che portano dei benefici, una crescita, insomma degli effetti positivi. Dal mio punto di vista il Job Act non porterà a nulla, se non al fatto che il Parlamento ha discusso mesi per ridurre dei diritti, quando avrebbe potuto discutere di rilancio dell’economia, di agevolazioni fiscali per la ricerca e sviluppo e soprattutto di modifiche, e non soltanto di agevolazioni temporanee, del cuneo fiscale.

Perché questa opinione critica nei confronti della riforma del lavoro? Semplice anche questo. Le imprese in Italia non fanno investimenti, non perché non possono (sorry non potevano) licenziare, ma perché non circola il denaro. I consumi in Italia sono ridotti, ma soprattutto i costi aziendali per assumere, e nel suo complesso il costo del lavoro, sono ben superiore a quelli degli altri paesi europei. In Italia nel 2014 l’indice, che rappresenta il costo del lavoro, era di 114 e negli anni passati è sempre stato sopra i 110 punti, contro il costo del lavoro in Germania sempre stato inferiore ai 110 punti.
il grafico mostra il costo del lavoro, tra l’Italia e la Germania dal 2009 a gennaio 2015. Dove a sinistra ci sono i valori del costo del costo del lavoro in Italia (segnati dalla linea continua), dove negli ultimi due anni è stato addirittura sopra i 120 punti, segnale che dimostra una forte difficoltà del mercato del lavoro. L’asse di destra, invece, rappresenta i valori della Germania (linea tratteggiata), dove negli ultimi 5 anni circa il costo del lavoro è variato trai 103 e i 110.
Questo cosa vuol dire? Semplice anche questo. In Germania, per esempio, un lavoratore complessivamente costa di meno dell’Italia, in termini di stipendio e contributi assicurativi, quindi alle imprese conviene assumere.


E la libertà di licenziamento? Non c’entra nulla, naturalmente. Basta essere un po’ obiettivi e immaginarsi imprenditori. Assumereste mai in un paese dove il costo del lavoro è superiore, ma in compenso potete licenziarlo (con un indennizzo non indifferente)? Ovviamente no. Le scelte imprenditoriali sono basate anche sui costi aziendali, e perché no, anche dalla serietà, rispetto delle regole, corruzione etc. , ma questo è un discorso a parte.

La legge di Stabilità di dicembre 2014 ha portato ad una riduzione del costo del lavoro, riforma (ebbene questa volta uso questo termine), che porterà dei benefici, proprio perché alle imprese converrà assumere lavoratori a tempo indeterminato, perché costeranno meno di prima e meno paragonati a quei lavoratori assunti con contratto a tempo determinato. Quindi se nei prossimi mesi dovessero esserci dei segnali di “ripresa”, o per meglio dire, se dovessero esserci nuove assunzioni, sarà sicuramente dovuto al beneficio fiscale legato al cosiddetto cuneo fiscale, anziché alla libertà di licenziamento.



sabato, marzo 14, 2015

Reale situazione della Grecia

È passato ormai circa un mese da quando si è insediato il nuovo governo greco e da quando sono iniziate grandi e concrete discussioni politiche e finanziarie a livello europeo in merito alla possibile rinegoziazione o uscita della Grecia dall’unione monetarie, e si sono presentati anche scenari, che fino a qualche mese prima erano considerati trascurabili o comunque non concretizzabili.

In Grecia, come anche negli altri Paesi europei (inclusa l’Italia), è stato sempre fatto quello che l’Europa ha voluto, comunque negli interessi della stessa Unione Europea. La si può chiamare in diversi modi, giornalisticamente è stato attribuito il termine della “politica della trojka” oppure si tratta di un semplice accordo politico dei paesi forte dell’UE e paesi in crisi. Fatto sta che la sottomissione all’Unione Europea è stata subita da tutti i paesi PIIGS, senza alcuna possibilità di evitarla.

Nei “salotti” degli economisti e analisti finanziari, in particolar modo in Germania, si è ormai diffusa una specie di corrente, o semplice opinione, oggettiva e assolutamente non politica nei confronti della Grexit a favore dell’uscita, se non espulsione della Grecia dall’unione monetaria, in quanto la sua uscita non è così devastante per l’economia europea, anzi può portare ad un rafforzamento dell’economia dei rimanenti paesi aventi l’euro.

Tali economisti e analisti finanziari, non necessariamente “vicini” alle banche di Francoforte, considerano non soltanto positivo la Grexit, ma ritengono pure che non abbia nemmeno ripercussioni economiche negative all’economia reale dell’Europa, e soltanto paesi “deboli”, che si trovano in forte difficoltà finanziarie, sono contrari all’uscita della Grecia.

Tale opinione si basa sul fatto che la crisi greca possa avere piccole, se non scarse ripercussioni sui reali investimenti di imprese e banche europee.
L’analisi è subito fatta, senza essere nemmeno grandi economisti. Se si considera soltanto l’economia reale del paese, si può vedere che è basata effettivamente su:
·         domanda dei beni di consumo, che rappresenta del resto il mercato export per i paesi europei; dove la domanda greca la si può ritenere abbastanza scarsa se non addirittura trascurabile, in particolar modo se si esamina la qualità e quantità dei beni che importa;
·         investimenti “in essere” da parte di imprese e banche europee

Questa opinione, seppur asettica, non è del tutto sbagliata; del resto l’economia reale della Grecia è abbastanza irrilevante a livello europeo e al massimo può essere paragonata ad una regione della Germania. Se si considera, per esempio, il PIL della Grecia nel 2013 era di 241 USD mld contro quelle della regione della Baviera che era di circa 480 USD mld. In altre parole la regione tedesca è più ricca e produce di più della stessa Grecia, con una domanda di prodotti manifatturieri e di offerta gran lunga superiore a quella greca.

Nessun paese europeo ne sentirebbe la mancanza, eventualmente gli altri Paesi riuscirebbero a comprare ciò che gli serve con l’euro “forte” contro una dracma, che sarebbe oggetto di forte svalutazione dal mercato e dallo stesso governo, proprio per far “respirare” l’economia del paese.
Inoltre, poche imprese manifatturiere europee sono esposte, se non veramente in modo marginale e, ormai da qualche anno hanno già svalutato le proprie partecipazioni o addirittura chiuso le loro filiali (branch) in Grecia, considerando anche sono ormai diversi anni in cui la Grecia è politicamente instabile, con diversi scontri e rivolte.

Addirittura versione più cinica è quella che la Grexit, possa portare benefici alla Grecia stessa, considerando che con la dracma avrebbe la possibilità di dare una spinta all’economia interna incrementando le esportazioni, che sono invece in diminuzione (2.197 mln eur)


Fonti:

http://www.tradingeconomics.com/