Dal primo marzo entra in vigore il tanto discusso Job Act.
Per poter dire che si tratta di una riforma, prima lasciatemi dire che si
tratta di un’iniziativa legislativa voluta da una parte politica da almeno una
decina di anni, ma che, a differenza del passato, è stata fatta dalla
“sinistra” o meglio da quel schieramento che era sempre stato contrario a
cambiare, se non addirittura eliminare, i diritti dei lavoratori.
Comunque sia, adesso è legge e l’articolo 18 è stato “asfaltato”.
Da marzo è possibile licenziare lavoratori a tempo indeterminato anche senza
giusta causa senza il reintegro. Dopo varie lotte all’interno del partito di
“maggioranza”, almeno è stato introdotto un indennizzo di 15 mensilità
dell’ultima retribuzione che spetterebbero al lavoratore, portando allo
scioglimento del contratto.
L’indennizzo può essere visto come una forma di
garanzia per il lavoratore nel caso di licenziamento senza giusta causa, e,
confrontato con altri paesi europei, tale indennizzo risulta essere anche sopra
la media.
Perché non voglio parlare di riforma? Semplice; perché le
riforme sono quelle che portano dei benefici, una crescita, insomma degli
effetti positivi. Dal mio punto di vista il Job Act non porterà a nulla, se non
al fatto che il Parlamento ha discusso mesi per ridurre dei diritti, quando
avrebbe potuto discutere di rilancio dell’economia, di agevolazioni fiscali per
la ricerca e sviluppo e soprattutto di modifiche, e non soltanto di
agevolazioni temporanee, del cuneo fiscale.
Perché questa opinione critica nei confronti della riforma
del lavoro? Semplice anche questo. Le imprese in Italia non fanno investimenti,
non perché non possono (sorry non potevano) licenziare, ma perché non circola
il denaro. I consumi in Italia sono ridotti, ma soprattutto i costi aziendali
per assumere, e nel suo complesso il costo del lavoro, sono ben superiore a
quelli degli altri paesi europei. In Italia nel 2014 l’indice, che rappresenta il
costo del lavoro, era di 114 e negli anni passati è sempre stato sopra i 110
punti, contro il costo del lavoro in Germania sempre stato inferiore ai 110
punti.
Questo cosa vuol dire? Semplice anche questo. In Germania,
per esempio, un lavoratore complessivamente costa di meno dell’Italia, in
termini di stipendio e contributi assicurativi, quindi alle imprese conviene
assumere.
E la libertà di licenziamento? Non c’entra nulla,
naturalmente. Basta essere un po’ obiettivi e immaginarsi imprenditori.
Assumereste mai in un paese dove il costo del lavoro è superiore, ma in
compenso potete licenziarlo (con un indennizzo non indifferente)? Ovviamente
no. Le scelte imprenditoriali sono basate anche sui costi aziendali, e perché
no, anche dalla serietà, rispetto delle regole, corruzione etc. , ma questo è
un discorso a parte.
La legge di Stabilità di dicembre 2014 ha portato ad una
riduzione del costo del lavoro, riforma (ebbene questa volta uso questo
termine), che porterà dei benefici, proprio perché alle imprese converrà
assumere lavoratori a tempo indeterminato, perché costeranno meno di prima e meno
paragonati a quei lavoratori assunti con contratto a tempo determinato. Quindi
se nei prossimi mesi dovessero esserci dei segnali di “ripresa”, o per meglio
dire, se dovessero esserci nuove assunzioni, sarà sicuramente dovuto al
beneficio fiscale legato al cosiddetto cuneo fiscale, anziché alla libertà di
licenziamento.
